sabato 15 ottobre 2015.

Riportiamo il testo della meditazione proposta ai membri del Consiglio Pastorale
Potrebbe essere una riflessione utile a tutti.

 

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (c 1)

10Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. 11Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. 12Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo».
13
È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? 14Ringrazio Dio di non avere battezzato nessuno di voi, eccetto Crispo e Gaio, 15perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. 16Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefanas, ma degli altri non so se io abbia battezzato qualcuno. 17Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.
18
La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. 19Sta scritto infatti:
Distruggerò la sapienza dei sapienti
e annullerò l’intelligenza degli intelligenti.
20
Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? 21Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, 23noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; 24ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. 25Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.

 

Viviamo queste ore di ritiro spirituale portando davanti al Signore la nostra vita personale, con tutti i suoi problemi e le sue gioie. Ma portiamo anche la nostra comunità chiamata ad affrontare la sfida di vivere e annunciare il Vangelo oggi. L’intreccio tra vita personale e vita della comunità ci qualifica in quanto membri del Consiglio pastorale.
Ci lasciamo stimolare dalla Parola di Dio. Vorrei proporvi la prima lettera ai Corinti, ma conviene fermarci solo al primo capitolo.

Paolo scrive la sua lettera perché è preoccupato da divisioni che ci sono tra i cristiani che vivono in Corinto. Sono divisioni pesanti che generano non semplici malumori, ma veri e proprio disordini (dal disprezzo all’incesto!). Non si vive bene quando prevalgono le divisioni. Differenze ce ne sono sempre e devono essercene sempre, divisioni e contrapposizioni sono in un certo senso inevitabili, ma, soprattutto quando prendono il sopravvento, fanno soffrire.
Le differenze sono qualcosa di positivo, una possibilità di arricchimento, di stimolo, di confronto con qualcosa di nuovo. Le divisioni, invece, ne sono una degenerazione, perché ciò che è differente appare come un male, un limite, un pericolo, una contrapposizione. C’è chi è arrivato a teorizzare come normale o positiva la contrapposizione (pensiamo alla “lotta di classe”), c’è chi vede nella divisione, nel prendere le distanze, e anche nella guerra l’unico modo per vivere, per affermarsi… Alla base di tutto questo possiamo riconoscere l’opera del diavolo, cioè di colui che crea divisioni (è proprio questo il significati della parola “diavolo”).
Vorrei che riflettessimo bene sulle divisioni che sperimentiamo, iniziando da quelle che si costatiamo nella nostra persona e nella vita frammentata. Oggi siamo sollecitati a vivere una vita frammentata, dove non c’è unità tra le diverse realtà che viviamo (famiglia, lavoro, amici, ambiti parrocchiali…) e non è raro trovarci a essere persone diverse a secondo del luogo in cui ci troviamo…
Meditiamo anche sulle divisioni presenti nella nostra famiglia e tra le persone più care. E poi allarghiamo sempre più l’orizzonte scoprendo le divisioni che esistono tra gli amici, sul lavoro, e arrivando e soffermandoci nell’ambito della nostra comunità parrocchiale. Se lo vogliamo possiamo anche proseguire nel cercare divisioni a livello civile, nella nostra Pero e in tutta l’Italia, l’Europa, il mondo.
Cerchiamo anche di capire bene in che misura siamo noi a provocare divisioni, con i nostri atteggiamenti, le nostre parole, i nostri giudizi, i nostri interventi, il nostro carattere, le nostre scelte o anche solo (e più spesso) con il nostro silenzio e il nostro tirarci indietro.

Ciò che spinge Paolo a scrivere non è semplicemente una preoccupazione, ma più profondamente, una sofferenza. Paolo soffre nel sapere delle divisioni presenti a Corinto. Probabilmente se ne sente anche responsabile, sa di aver un carattere non facile, che può generare contrapposizioni… La sofferenza gli entra nel cuore e lo lacera.
In fondo ogni sofferenza nasce da una divisione, da una lacerazione; può essere di un organo del nostro corpo, o dell’animo, oppure di qualche relazione, o della comunità in cui viviamo.
È importante anche per noi vivere questa sofferenza, vincendo la tentazione di fuggire via, scaricando la colpa su altri o ricercando troppo in fretta soluzioni e vie d’uscita. Credo che sia necessario invece capire bene che tanti soffrono per queste divisioni. Non si tratta di crogiolarci nel dolore, ma di condividere, perché quando qualcuno soffre, sono tanti che soffrono, spesso anche gli stessi carnefici, i fautori di contrapposizioni.
Siamo chiamati a stare accanto a chi soffre, sempre, a cogliere la divisione di cui è vittima, a caricarla nei nostri cuori per riviverla. È un’azione da fare anzitutto nella preghiera, in comunione con il Dio che si è fatto uomo e ha condiviso fino alla morte la nostra natura umana corrotta e divisa. È un esercizio da vivere con discrezione, da fare nel silenzio e accostandoci per osservare e ascoltare con infinita delicatezza, magari rispettando tanti silenzi. È un atteggiamento che richiede tempo, molto tempo, in un mondo che oggi non ha più tempo, forse proprio perché è frammentato. Probabilmente è un atteggiamento che dovrà accompagnarci anche mentre viviamo tante altre situazioni. É un esercizio che possiamo anche fare insieme, comunitaria-mente, ma in un contesto di preghiera perché non degeneri mai nel pettegolezzo, nella curiosità morbosa, nella critica… E comunque sempre senza mai dimenticare le nostre divisioni interiori e personali, le nostre sofferenze e anche le nostre colpe.
Vivere il dolore che deriva dalle divisioni è un passaggio necessario per poter superare le divisioni e costruire qualcosa di positivo.

Ciò che Paolo propone ai cristiani di Corinto per superare le loro divisioni è la parola (o la logica) della croce.
È una parola (o logica, cioè il modo di vedere le cose, di ragionare e di valutare) diversa dalle logiche umane basate sulla potenza, cioè sulla forza, sull’imposizione, oppure basate sull’intelligenza, sulla sapienza, sulla saggezza, ma anche sul calcolo e sull’astuzia. I Giudei, dice Paolo, cercano la logica della potenza quando cercano segni della manifestazione di Dio. I Greci cecano la saggezza e i sottili ragionamenti. Paolo stesso ad Atene ha cercato di annunciare Gesù con sapienza (cfr At 17) ed ha fallito. Così ha capito che l’unica logica che salva è la parola della croce.
Anche per noi è facile adattarci a logiche umane basate sulla potenza, o sull’intelligenza (magari arricchita di saggezza). Possiamo adattarci a logiche di piacere, basato sulla ricerca di soddisfazioni, anche solo interiori, che esaltano i nostri sentimenti…
Ma, se vogliamo davvero superare le divisioni dobbiamo, passare alla parola della croce. La forza crea solo contrapposizioni, cercando di schiacciarle. La sapienza crea ragionamenti che rischiano di girare a vuoto che comunque sono sempre limitati, perché la nostra sapienza non può che fermarsi di fronte ai misteri di questo mondo (come il cuore dell’uomo o come il mistero del dolore).
La parola della croce, invece, supera ogni divisione, valorizzando le differenze perché ci spinge a partire dagli ultimi, dai deboli, dagli insignificanti, da quelli che sono inefficienti, da chi non ha grandi capacità intellettive, da chi è considerato sciocco, da coloro che non hanno soddisfazioni dalla vita, dai poveri, dai falliti, persino dai peccatori, da coloro che noi critichiamo per il loro comportamento sbagliato, ritenuto antievangelico; eppure, se qualcuno si riconosce peccatore, diventa un ottimo punto di partenza perché ci invita tutti a convertirvi a Gesù, alla croce.
In questa prospettiva non ha più senso contrapporci, ma siamo chiamati a camminare insieme mettendo insieme le nostre incapacità e i nostri peccati; cercando di superarci, senza scoraggiarci di fronte agli infiniti fallimenti, finché dovremo lasciar spazio all’amore di Dio, all’azione dello Spirito santo. La parola della croce ci permette di valorizzare anche tutti i nostri fallimenti, persino il fallimento supremo che è la morte.
Chiederei a tutti di provare a immaginare come dovrà cambiare il nostro atteggiamento personale di fronte ai tanti “pesi” che dobbiamo incontrare, dai poveri, agli arroganti. Mi chiedo se le nostre scelte tengono davvero conto di questa logica. Mi chiedo se nella mia vita c’è posto per questa conversione continua e se so accogliere sempre, anche i peccatori, per indicare loro la strada della conversione, insieme con me, ovviamente, non certo dal punto di vista di chi non ha bisogno di convertirsi.
Mi domando come cambierebbe la nostra comunità se davvero sapessimo vedere ogni presenza, anche quella più provocatoria, come un’occasione per vivere secondo la logica della croce.
E lo domando a che a voi.

don Maurizio