3 dicembre 2016

Riporiamo qui di seguito la meditazione proposta al ritiro d’Avvento
agli operatori Caritas
ai membri della Commissionen di Pastorale dei migranti
e al gruppo missionario.

La meditazione si ispira alla Scuola della Parola di Giovedì 1 dicembre 2016

 

IL GRANELLO DI SENAPE E IL LIEVITO

Trovo significativo questo ritiro che ho la gioia di condividere con voi, che siete tra le persone più attive (non certo le uniche) nella nostra comunità.. Lo trovo significativo per rileggere la nostra vita, la nostra fede e, in particolare, il nostro impegno alla luce di questo Avvento e tutte le sollecitazioni che arrivano per essere testimoni gioioso del Vangelo.
Spero che questo tempo dedicato al Signore ci faccia davvero bene permettendoci di cogliere la presenza dell’amore infinito di Dio che opera anche nella nostra vita e compie prodigi.
Ci lasciamo aiutare da una pagina di Vangelo in continuità con il corso biblico nel quale abbiamo letto alcune parabole di Gesù nel capitolo 13 del Vangelo secondo Matteo.
Ci fermiamo su due parabole simili tra loro per il messaggio che lanciano.
Eccole qui:

Lettura del Vangelo secondo Matteo  (Mt 13, 31-33)
31Espose loro un’altra parabola, dicendo:

«Il regno dei cieli è simile a un granello di senape,
che un uomo prese e seminò nel suo campo.
32Esso è il più piccolo di tutti i semi
ma, una volta cresciuto,
è più grande delle altre piante dell’orto
e diventa un albero,
 tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
33Disse loro un’altra parabola:
«Il regno dei cieli è simile al lievito,
che una donna prese e mescolò in tre misure di farina,
finché non fu tutta lievitata».

 

Ricordiamo che il vangelo di Matteo, con tutta probabilità, si rivolge a persone che hanno già dato la loro adesione al vangelo, anche se poi hanno dovuto fare i conti con la fragilità loro e, soprattutto, di tanti loro fratelli, magari a causa di un ambiente ostile, come quello giudaico nel quale la chiesa dell’evangelista Matteo si trova a vivere.
La parabola del seminatore ha fatto capire quanti ostacoli ci sono, anche in noi, perché il seme dia buon frutto. Ma già la parabola della zizzania ha insegnato a essere paziente e misericordioso, proprio come lo è Dio.
Anche queste due parabole invitano a una cura per le nostre fragilità.
Prima però mi piace soffermarmi a considerare bellezza di un Gesù che, avvolto dall’amore per il Padre, vede ovunque i segni della sua presenza: anche in un piccolo seme che viene posto nel campo o in una donna che impasta il pane. Sono scene comuni, tanto da passare spesso come insignificanti e date per scontate.
Vorrei far notare che il granello di senape è piccolo quanto la punta di uno spillo (ne occorrono circa 750 per fare un grammo!), mentre la pianta che ne esce non è propriamente un albero, non è come un cedro (cfr Ez 17,22-24), è semplicemente un arbusto che cresce nell’orto, anche se in Israele può superare i due metri e ospitare nidi di uccelli.
Noterei anche che Gesù, sempre nel Vangelo di Matteo, parlerà ancora del granello di senape quando dirà: «In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spostati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile» (Mt 17,20). Anche qui emerge la sproporzione tra la pochezza della nostra fede e i frutti che ne possono scaturire.
Circa il lievito faccio notare che tre misure di farina sono più di 40 chili! Una quantità enorme per una massaia; probabilmente Gesù vuole mettere in evidenza la sproporzione con il poco lievito, o forse allude ad Abramo quando, per accogliere i tre ospiti che gli avrebbero annunciato la nascita del figlio, ordina alla moglie Sara di impastare “tre staia”, di farina, la stessa quantità ricordata da Gesù, una quantità anche in questo caso eccessiva per i tre ospiti (cfr Gen. 18).
L’ultima stranezza che ricordo è che il lievito, in altri parti della Bibbia è simbolo di qualcosa di negativo, da eliminare. Nell’Esodo il richiamo ai pani azimi sono un invito a eliminare ciò che può fermentare e, quindi, marcire (Es12, 15-18). Paolo, poi, parla del lievito come immagine di qualcosa di vecchio da cui è necessario prendere le distanze e rinnovarci: Non è bello che voi vi vantiate. Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E in-fatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievi-to vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità”. (2Cor 5,6-8).
Mi fermo ora ad offrire tre stimoli di approfondimento.

  1. Basta poco …purché sia tutto!

Il vangelo ci mette davanti a una nuova sproporzione. La nostra vita è piena di sproporzioni: per esempio tra ciò che vorremmo realizzare o le necessità del mondo e le nostre forze, tra la carità che vorremmo vivere e il mondo che va avanti per sua strada… tra i nostri desideri di vita e l’enormità del fenomeno morte! Il vangelo ci parla di sproporzione tra quello che possiamo offrire (pochissimo come un granello di senape e come il lievito) e i frutti che Dio sa far crescere e maturare da questo poco.Per vivere secondo il Vangelo e dare frutto non occorre essere i più bravi, non occorre la perfezione. Anzi spesso il Signore dice il suo amore proprio grazie a persone umanamente “poco dotate”, la sua potenza si manifesta attraverso la nostra debolezza. «Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte». (2Cor 12,9-10)Non è neppure condizione assoluta essere virtuosi, perfetti, integerrimi: il Signore si permette di rivelare il suo amore anche attraverso i peccatori… Basta davvero poco.Purché quel poco sia il tutto. Ma occorre che quel poco che abbiamo, quel poco che noi siamo, sia messo tutto a disposizione del Signore, sia donato tutto, fino in fondo, fino alla morte.

 Quali sono le sproporzioni che più sperimento nella mia vita? Come le affronto?
Come reagisco alla prospettiva di poter contribuire con poco alla grandezza del Regno di Dio?
Qual è il poco che posso dare? È davvero tutto?

  1. Una sapienza veramente evangelica.

La sapienza evangelica contesta quella del mondo. Il mondo ama i successi, le vittorie, le cose grandiose… e tende a trascurare, a rendere insignificante, ciò che è piccolo, che – a parere del mondo – può, al massimo, dare un po’ fastidio. Ma secondo il Vangelo anche la cosa più piccola, e soprattutto ogni persona, anche la più umile, la più insignificante, anche la più, appunto, piccola (in tutti i sensi) ha valore. Anzi, l’essere piccoli, secondo il Vangelo, è un valore.

Penso che con queste parabole Gesù stia cominciando ormai a educarci alla croce, alla sua prospettiva. L’arbusto potrebbe essere visto come un’allusione all’albero della croce dove le braccia aperte del Crocifisso sono anche un segno di accoglienza. Il lievito che “muore” nella farina può ben essere un’allusione al sepolcro: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». (Gv 12,24) al suo modo di salvare che è ben diverso da quello che noi ci aspetteremmo.

Forse anche noi ci attendiamo che nella Chiesa, tra i credenti ci siano persone abili, intelligenti, vincenti, che abbiamo doti umane in abbondanza… Magari ci aspetteremmo che i preti fossero affascinanti di successo, capaci di attirare e simpatici… Magari tutto questo può anche andar bene. Io però mi chiederei se noi credenti sappiamo vivere secondo la sapienza del Vangelo… se almeno cerchiamo di dare quel poco e di darlo tutto. Questa mi sembra la logica del Vangelo.

 Posso fare esempi di sapienza evangelica che ho visto, costatato e, magari, sperimentato in prima persona?
Chi sono le persone che tendo a trascurare? Come valorizzare davvero gli ultimi e i piccoli tra noi?
Mi trovo a criticare la Chiesa, i cristiani, i preti perché non sono come io li vorrei? Che cosa mi attendo da loro?

  1. Visibilità o nascondimento?

È meglio essere una pianta che cresce e si fa vedere o essere lievito che scompare nella pasta? Meglio mostrarsi o nascondersi? Dipende! Nel regno di Dio c’è bisogno degli uni e degli altri. Ci sono persone famose e persone che vivono nascoste, così come in una chiesa c’è il campanile e la cupola e ci sono le fondamenta. C’è bisogno di entrambi. Capita anche che cerca il nascondimento si ritrovi poi famoso e, viceversa, chi vuole annunciare a tutti il vangelo, si ritrova umanamente sconfitto e dimenticato, ma in realtà valorizzato da Dio! Le vocazioni sono diverse e questa diversità non è certo una diversità di valore, ma solo modi diversi con cui il Vangelo si annuncia, anche se dobbiamo dire, la logica di chi si mostra può più facilmente piegarsi a logiche mondane.

 Nella mia vita quali sono le esperienze di vita cristiana che mi hanno messo in vista o che ho vissuto nel nascondimento? Quali mi sembrano più efficaci? Quali più evangeliche?
Ci sembra che a Pero la Chiesa sia sufficientemente visibile? Non rischia all’opposto l’appariscenza: di apparire meglio di come, di fatto, sia?

don Maurizio