OMELIA DI DON GIACOMO ALLA MESSA DI CONGEDO

Grandi cose ha fatto il Signore per noi

III Domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore – Anno A – 17 settembre 2017

 

Carissimi, riteniamo che il Vangelo sia la risposta alle nostre domande. Gesù però non ci ha mai dato delle risposte facili, ma ci ha invece fatto tante domande, lasciando a noi la responsabilità di rispondere. Nel vangelo di Marco ci sono 61 domande di Gesù, in Matteo 40, in Luca 25 e in Giovanni 48. Anche il Vangelo di oggi è carico di interrogativi, con l’avvio di qualche risposta.

 

Le domande di Gesù

Gesù, da buon rabbino, istruiva i Suoi discepoli usando un metodo dialogico, fatto di domande e di risposte. Già questo metodo ci fa intuire come Gesù introduceva i Suoi alla verità del vangelo. Non imponendo degli assiomi o dei principi astratti, più o meno chiari, ma partendo dalla convinzione che la verità si acquisisce pazientemente all’interno di un rapporto, di una relazione tra persone che dialogano e ricercano con pazienza la via che porta alla salvezza. Come se Gesù fosse convinto del fatto che una domanda ben posta diventa a sua volta un indicatore, un faro, una prospettiva a partire dalla quale è possibile cominciare a dare pazientemente e con onestà una risposta. Stando però al Vangelo odierno, va evidenziato un passaggio importante. Vi si dice, infatti, che “il Signore Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda…”. Come se l’evangelista Luca volesse sottolineare il fatto che il dialogo tra Gesù e i Suoi discepoli fosse inscritto nel dialogo orante di Gesù con il Padre Suo. Perché le domande di Gesù non sono anzitutto frutto di una scuola di pensiero teologico, di qualche lettura interessante o del dialogo con qualche rabbino famoso. Le Sue domande scaturiscono da quel rapporto profondo, intimo e per certi aspetti indicibile, che Gesù intratteneva quotidianamente nella preghiera con il Padre Suo. Amate la preghiera e soprattutto amatela quando è carica di domande, di desiderio di capire e di conoscere il volto di questo nostro Dio.

 

“Le folle chi dicono che io sia?”

Gesù sa che nel nostro cuore ci sono tante domande e che se dovessimo partire da quelle per andare alla ricerca della verità del Vangelo, cadremmo nel rischio di una discussione senza fine. Finendo per balbettare un’impressione, qualche opinione più o meno dotta. Frutto, nel migliore dei casi, di una certa formazione, di qualche buona lettura o sana conversazione. Cosa ricordiamo del catechismo a riguardo di Gesù? Il nostro rapporto con Lui si è approfondito o si è sfocato con l’avanzare degli anni? È determinate Gesù nella mia vita o è marginale?

A volte rischiamo di fare tante cose: di organizzare, mettere in piedi progetti e feste, di fondare associazioni o spazi di condivisione… ma che ne è del mio rapporto personale e comunitario con Gesù? Qui va colto il senso della prima domanda che Gesù pone ai Suoi discepoli: “le folle chi dicono che io sia?”. Cosa dice la gente di me? La gente tende a confondere Gesù con Giovanni Battista, con Elia o con uno di quei profeti che di tanto in tanto compaiono sulla piazza. È giunto il momento per misurare le nostre domande con Lui, le nostre opinioni confrontandoci più direttamente con Lui. “Se si parte dalle domande che l’uomo già sente dentro di sé, si corre il rischio di arrivare a Gesù stretti nelle proprie domande, incapaci di cogliere tutta la bellezza del vangelo, che non raramente esige che l’uomo corregga – o addirittura cambi – le proprie domande. Se invece si parte dalla figura di Gesù e dalla sua proposta, allora c’è la possibilità che l’incontro faccia sorgere domande più ampie, aprendo orizzonti prima neppure avvertiti”.

 

“Ma voi chi dite che io sia?”

Il punto decisivo è ripartire dal riconoscimento della signoria della Parola di Dio. La valenza assoluta delle parole, delle domande che Gesù ci rivolge direttamente. Abbassando le nostre difese e accettando che il Suo domandare ci raggiunga il cuore. Lasciando che ci conduca là dove Lui, il Maestro, ci vuole portare. In questo modo Gesù riesce a porre la domanda decisiva: “ma voi chi dite che io sia?”. Anzi, più precisamente: tu cosa dici di me? Pietro, infatti, risponde senza esitare: “Il Cristo di Dio”. Risposta esatta, da manuale. Risposta che non basta al cuore assetato d’amore e di relazione di Gesù. A lui non sono le formule teologicamente corrette e neppure gli articoli del Credo per riconoscerLo come Figlio di Dio. In quel Suo domandare sta chiedendo un affidamento, una confidenza che non si può pareggiare a una dimostrazione logica o a un forbito ragionamento. Diceva il grande don Primo Mazzolari: “Una definizione, per quanto esatta, non ha nulla d’impegnativo. La perfetta risposta di Pietro sulla strada di Cesarea, non lo salva dal rinnegare tre volte il Maestro, mentre un generico: Tu, Signore, lo sai che ti voglio bene, questo lo impegna fino alla morte e più oltre (…). Camminando in silenzio accanto ai molti che cercano, cercatori anche noi di una realtà ineffabile che non si esaurisce in una formula quantunque esatta e significativa, possiamo meglio aiutare ed essere aiutati”.

Solo questo rapporto personale col Signore si traduce in quella capacità di amare che ci rende veramente felici! Altrimenti rischiamo di arroccarci nei nostri piccoli spazi, nei nostri piccoli centri di potere, nei nostri feudi chiusi, ben diversi dal campo in cui Gesù Buon Seminatore ama seminare con abbondanza il suo seme di speranza e di gioia!

Nel dramma Il padre umiliato di P. Claudel, una fanciulla ebrea, bellissima ma cieca, chiede provocatoriamente ad un amico cristiano, credente: “Voi che ci vedete, che uso avete fatto della luce?”. Appunto, noi che per il dono della fede vediamo, che ne abbiamo fatto della luce?

 

Che ne abbiamo fatto della Luce?

Forse questa domanda mi porta ora a fare anche qualche bilancio al termine di questi sei anni di servizio. Sono certo che solo Dio sa giudicare con giustizia la nostra vita e il nostro servizio, ma non posso innanzitutto non ringraziare perché i doni del Signore non sono mancati: mi ha insegnato la perseveranza che non dipende dai frutti ma che bisogna seminare perché se non semini è certa solo una cosa, cioè che non ci sarà frutto, ma se semini Lui ci mette del suo… e non poco!

Come ho detto domenica scorsa alla mia nuova comunità di Castano, ringrazio perché anche qui a Pero a Cerchiate in questi sei anni ho imparato ad essere prete e perché ho ricevuto tanto, tantissimo, molto più di quello che mi sarei immaginato!

Ci sono stati momenti bui e difficili, momenti in cui ho sofferto e in cui forse viene voglia di scappare ma a volte nella notte la Luce inizia a brillare perché l’alba si fa vicina e il Signore illumina giorni nuovi, facendo risplendere anche quello che in certi momenti sembrava arido e deserto!

Chiedo perdono se ho fatto del male a qualcuno, se qualche volta non ho dato buona testimonianza e se forse qualcuno si è allontanato dal Signore per causa mia… Confido nella Misericordia di Dio e ho la certezza che il Signore conosce bene il mio cuore!

Affido al Signore coloro che magari, senza volerlo e senza saperlo, hanno fatto del male a me o al nostro Oratorio di Pero e Cerchiate, sono certo che Gesù conduce tutti presto o tardi alla pienezza del bene e della verità.

Penso di avere lavorato tanto, di avercela messa tutta… non so quali siano i risultati. Ma quando vedo ragazzi, adolescenti, genitori, famiglie e tanti che hanno imparato a sentirsi a casa nella Comunità cristiana, credo che tante fatiche siano valse la pena.

Amate l’Oratorio e la Comunità cristiana, anche con i loro difetti, sentiteli come la vostra seconda casa. Io in oratorio ho trovato la mia prima casa. Una casa che forse a volte è stata motivo di tensione, ma che ha garantito la possibilità di una presenza più diretta fra i più piccoli… ho cercato allora di trasformare sempre più l’Oratorio nella casa di tutti: ragazzi, adolescenti, genitori… casa dove si vive, si mangia, si dorme, si prega, si condivide… quella vita comune che è parte integrante della fede cristiana. Spero possa illuminare gli occhi di qualche fratello!

Costruite e restaurate prima di tutto quella Casa che è la comunità cristiana, liberatela da interessi di parte e di potere (tutti rischiamo di metterceli!), iniettate il Vangelo soprattutto laddove altri sembrano gli interessi.

Come vi ha detto il vostro Parroco domenica scorsa, l’Arcivescovo ha mantenuto la promessa che avrebbe provveduto, ha pensato di sostituirmi a peso, per sostituire uno grosso come me ce ne vogliono almeno tre! Buon lavoro allora a chi arriva e a chi resta! Vogliate bene ai preti che il Signore vi dona! Non siate nostalgici di tempi mitici, forse perché quei tempi non sono mai esistiti e non esisteranno mai! Ringraziate il Signore per quello che vi dona e quello che ricevete! E pregate per le vocazioni ringraziando perché per ora avete ricevuto molto più di quello che avete dato… ma arriva anche l’ora di dare!

Abbiate a cuore l’educazione alla fede dei più piccoli! I piccoli non sono solo quelli di età o di statura! Sono coloro che il Signore mette sulla nostra strada e nasconde, dietro il loro volto, il Suo Volto! Dai piccoli si deve sempre partire e ripartire! Non abbiate mai paura! Osate sempre!

Sarebbero tante le cose che vorrei dirvi, forse ho speso troppe parole, forse ne ho dette troppe in questi anni… pregate per me e io pregherò per voi: sarà il mio modo di continuare a volervi bene!

Concludo con una domanda che vorrei consegnarvi: “E voi ora… cosa volete farne della Luce?”.

don Giacomo