Nel brano di Vangelo appena ascoltato è chiara l’allusione al ruolo del Romano Pontefice, al successore di Pietro, al Papa. A lui Gesù affida la cura del suo gregge, della Chiesa, dei credenti e di ogni uomo o donna che cercano e si affidano al Signore Gesù.

San Giovanni Paolo II, nostro patrono, si è preso cura del popolo di Dio, è stato una presenza importante per tutto il mondo, ha segnato un’epoca. Benedetto XVI e papa Francesco sono stati chiamati a svolgere lo stesso ruolo.

Anche i vescovi sono chiamati a prendersi cura della chiesa, il papa, il vescovo di Roma, è solo il primo tra pari, il papa è vescovo di Roma. In stretta collaborazione con i vescovi, ogni presbitero (ogni prete) si prende cura della vita e della fede dei credenti e dei non credenti.

Sarebbe però un errore riservare questa cura a papi, vescovi, preti, aggiungendovi le suore, e alcuni laici ben disposti ad aiutare.

La cura del popolo di Dio e di ogni uomo o donna è affidato a tutti noi, a tutti i battezzati: tutta la Chiesa è chiamata a prendersi cura dei fratelli e di ogni altra persona.

Se esistono i vescovi, compreso il successore di Pietro, e i preti, è per esprimere e mantenere vivo che la cura dei nostri fratelli non nasce da noi, ma ci è affidata da Gesù. Noi siamo chiamati a un rapporto personale con Gesù. L’incontro con Gesù morto e risorto ci chiama a una vera amicizia, a un rapporto d’amore. Perciò non possiamo sottrarci al desiderio di Gesù di far giungere a ogni uomo o donna la possibilità di salvarsi, di conoscere e vivere secondo il Vangelo. Gesù chiede a tutti noi di pascere le sue pecore.

Ogni cristiano adulto è chiamato questa responsabilità, ciascuno secondo la sua situazione, le sue capacità, la sua vocazione. Tutti noi adulti siamo chiamati a pascere il gregge di Dio (e non solo quello).

Il Consiglio Pastorale è un modo con cui si esprime la responsabilità che è di ogni credente adulto. È uno dei modi più significativi.

Ma non è l’unico. Tutti noi siamo chiamati a farci carico della missione di tutta la Chiesa. Non si rimane nel Consiglio Pastorale per sempre: non più di due mandati consecutivi, ciascuno di quattro anni; poi altri subentrano, ma i cosiddetti ex-consiglieri non smettono di essere credenti e di prendersi cura dei fratelli e di tutti gli uomini.

Lo stile con cui ogni cristiano adulto è chiamato a collaborare è quello della cosiddetta “corresponsabilità”. Non si tratta di collaborare, di aiutare il parroco, di fare quello che lui dice. Si tratta di pensare tutti insieme, meglio ancora, di permettere che il pensiero di Dio operi in tutti noi e ispiri desideri, progetti, cammini comuni. In questa corresponsabilità il Consiglio Pastorale ha un ruolo importante.

Annunciare il Vangelo, far conoscere il mistero nascosto per secoli, ma rivelato in Gesù (come dice Paolo nell’Epistola di questa celebrazione), è un compito che ci prende tutti e ci prende in pieno, ci fa e ci deve far soffrire, perché orienta e assorbe tutta la nostra vita.

Infine la lettura del profeta Isaia ci ricorda che questo compito è bello, dà gioia. Ancora di più: è entusiasmante. Perché fa bene, è un bene per ogni uomo o donna, costruisce un mondo migliore e apre prospettive e speranze. Il mondo ha bisogno di Gesù. Pero, tutta Pero con Cerchiate, ha bisogno di Gesù.

A noi, a tutti noi, è data questa responsabilità, anzi, questa corresponsabilità.

E io ringrazio questo Consiglio Pastorale così come sono grato a chi ha svolto questo servizio in passato, anche fino a poco fa, per il bene che hanno fatto a questa Comunità e a tutta la nostra cittadina.

don Maurizio