Mi è capitata sotto gli occhi una famosa frase di Mao Tse-tung: “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione, quindi, è eccellente”. Come un godimento del fatto che le cose vadano male e si diffonda la confusione e il malessere, un cercare di trarre giovamento da situazioni di malessere. L’ho collegata a quell’intercettazione telefonica di qualche anno fa, quando un imprenditore gioiva di un terremoto immaginando i possibili guadagni che ne sarebbero derivati.

Penso al fatto che tanti auspicavano lo scoppio di quella che sarebbe stata la prima guerra mondiale, immaginando che avrebbe permesso una specie di purificazione dell’uomo, facendone scaturire la sua forza e la sua eroicità! Cento anni fa, terminata quella guerra, si sono accorti che era davvero stata una inutile strage (come aveva detto papa Benedetto XV).

Ho anche sentito casualmente che alcuni studi dimostrerebbero che nella storia i cambiamenti sono avvenuti solo grazie a guerre, rivoluzioni ed epidemie: tutto il resto non cambia nulla. Non so se sia vero, ma io non voglio auspicare nulla di tutto questo.

Mi hanno fatto notare che molti dittatori, del passato e presenti (e la cosa può essere allargata a tanti uomini di potere) godono del sostegno di gran parte del popolo da loro governato (e oppresso): sono tutti abbagliati dalla possibilità di vedere il loro popolo rivalersi e primeggiare sugli altri. Un po’ come vedere trionfare la squadra per la quale tifiamo, a noi non ne deriva alcun guadagno, ma almeno in questo caso non ci sono troppe conseguenze negative, nel caso del dittatore invece sì.

Probabilmente ancora oggi c’è chi pensa che è meglio affrontare periodo dolorosi, pur di cambiare qualcosa. Anche tra noi a volte viene da dire che occorrono le maniere forti, che “quando ci vuole ci vuole” che è meglio buttare tutto all’aria, essere inflessibili con chi sbaglia, imporre un ordine precostituito, purché sia ordine… e alla stessa stregua si pensa che in certi casi sia doveroso eseguire qualche rappresaglia (punendo gli innocenti) e compiere attentati terroristici.

La pensavano così anche i discepoli di Gesù: quando lui fa notare che il bel tempio sarà distrutto loro pensano subito alla rivoluzione che caccerà via i Romani e loro diventeranno un popolo potente, illudendosi che quello possa essere il destino del popolo di Dio. Sono tutt’altro che spaventati da quanto Gesù ha detto e non vedono l’ora che arrivi e domandano quando accadranno quelle cose. Ma Gesù risponde facendo notare come gli anni che arriveranno saranno invece un insieme di sofferenze e basta!

Ma c’è una novità che Gesù indica: l’annuncio del Regno. In questo annuncio c’è l’unica vera possibilità di salvezza per un mondo che scivola nella confusione, nel dolore, nella distruzione. In questo annuncio scaturisci la virtù della Speranza.

La Speranza di cui parla Gesù non è da confondere con le aspettative di chi magari cerca di cavar fuori qualcosa di buono o di utile da situazioni caotiche o tragiche. Non è il colpo di fortuna che rimette tutto a posto.

Non è neppure il pur necessario impegno a costruire con perseveranze qualcosa di buono, anche se piccolo, un passo dopo l’altro: anche Gesù dice che dobbiamo perseverare…

Ma la Speranza è la consapevolezza che il Signore in questa storia e in queste vicende c’è!

La Speranza è possibile solo a chi ha uno sguardo ampio, che cerca di superare ogni visione o interesse di parte per allargarsi a tutta l’umanità. Uno sguardo capace di varcare i tempi: che contempla la storia come maestra di vita e travalica persino il corso della nostra vita personale per raggiungere le generazioni future. Ma non si ferma qui, perché lo sguardo che Dio ci apre è uno sguardo su una vita eterna che ci è già donata e che vivremo pienamente per sua grazia.

Come ci spiega l’Arcivescovo Mario, a differenza delle aspettative, che si distendono su qualcosa di controllabile e programmabile, la Speranza ci apre all’azione di Dio, oltre le nostre capacità e misure. La Speranza ci apre a qualcosa di più grande di noi, supera i nostri calcoli e irrompe persino oltre la morte.

Credo che questa Speranza ci suggerisca subito alcuni impegni o stili, che non sono necessari per la salvezza, ma ci aiutano a riconoscerla e attenderla con Speranza. Ne suggerisco tre.

Anzitutto la preghiera costante personale e comunitaria. Direi che tutto deve diventare occasione di preghiera costante, perché tutto deve essere posto sotto lo sguardo di Dio, che poi è lo sguardo eterno, uno sguardo che non si lascia rinchiudere nelle logiche del momento, ma le allarga alle dimensioni di Dio. Dobbiamo chiedere a Gesù di venire, di essere presente tra noi, come ha fatto quando è nato a Betlemme, come farà alla fine dei tempi e come fa ancora oggi nella sua parola e nei sacramenti che lui stesso ci ha lasciato.

Poi la condivisione del sofferente. È necessario farci vicini a chiunque soffre, è oppresso, si ritrova fragile e povero. Probabilmente non cambieremo la situazione, non la risolveremo, ma avremo annunciato una speranza. Non è facile accostare chi soffre: ci chiede di accettare anche le nostre sofferenze e trasformarle in occasione di incontro, ma la sofferenza è affrontabile solo se condivisa, perciò Gesù si è fatto uomo fino alla croce!

Infine l’annuncio di Gesù. Dobbiamo parlare di Gesù, raccontare di Lui e di come anche noi lo incontriamo, di come ci parla e ci guida. Anche questo non è facile perché ci chiede di adeguarci sempre al suo sguardo, al suo modo di pensare e valutare.

E permettetemi di concludere con le parole di questa preghiera che abbiamo posto davanti all’altare perché sia preghiera di tutti

Don Maurizio

Preghiera

Vieni, Signore Gesù,
in questo mondo
rovinato da fragilità,
conflitti e peccato.
Vieni! Apri alla Speranza
che varca ogni limite,
e ci conduce
al tuo regno d’amore.